Recensioni

La religione vera è filosofia. La vera filosofia è mistica.

Fabrizio Tassi, in <Redness>, gennaio 2024, pp. 44-49

MARCO VANNINI CI INVITA A RILEGGERE AGOSTINO: LA RICERCA SPIRITUALE È FONDATA SUL DISTACCO, UN'ASCESI (RAZIONALE) CHE CI PORTA OLTRE L'EGO

Il relativismo è penetrato così profondamente nella società e nella cultura occidentale, oltre che nella coscienza di ognuno di noi, che l'espressione "religione vera" suona ormai quasi offensiva, figlia di una concezione esclusivista, parziale, retrograda.

In realtà si tratta di un equivoco semantico, di un'errata concezione di ciò che è (che dovrebbe essere) religione, per non parlare di ciò che andrebbe inteso come "esperienza spirituale". Colpa delle religioni istituzionalizzate, storiche, che hanno imposto l'idolatria della rivelazione (ognuno ha la propria), il libro, il dogma, la professione di fede intesa come credenza. E in particolare, parlando di cristianesimo, colpa di chi ha rimosso il profondo legame che i primi pensatori cristiani avevano stabilito tra il messaggio di Cristo e la ricerca del Logos, di quell'Uno e quel Bene assoluto che la filosofia (vera, anche qui) ha sempre cercato, quando era sostanzialmente un'arte del vivere, fondata sul platonico "esercizio di morte".

Andare al "fondo dell'anima"

Fabrizio Tassi, in <Redness>, dicembre 2022, pp. 63-65

UN LIBRO CHE È UN ESERCIZIO SPIRITUALE, ISPIRATO DA ECKHART, CONTRO LE ILLUSIONI DELLA PSICOLOGIA E DELLA TEOLOGIA.

Lo spirito, questo sconosciuto. Citando Dante, «Luce intellettual, piena d'amore, / amor del vero ben, pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore».

Parte da qui, il libro di Marco Vannini. Da una realtà, quella dello spirito, dimenticata sia dal pensiero filosofico laico che da quello reli­gioso. Qualcosa di indeterminabile, una "negatività assoluta" che in realtà è assoluta pienezza.

Per dirla con Eckhart: «Molta gente semplice immagina Dio lassù e noi quagglù. Ma non è così: Dio e io siamo una cosa sola».

Atopia di un pensiero. Una monografia su Marco Vannini

Crispino Sanfilippo, in: <ho theològos>, XXXIX, 1/2021 pp. 129-143

Il volume di Roberto Schiavolin si inserisce nel grande panorama di studi sulla mistica, offrendo una ricostruzione di vasto respiro del pensiero di Marco Vannini, filosofo fiorentino contemporaneo, con riferimento al tema centrale della sua riflessione, individuato nella natura e nella complessa fenomenologia della mistica, vista nei peculiari rapporti con la speculazione filosofica.

Nel riferire del pregevole lavoro dell’Autore come in una recensione, ponendomi in un ideale dialogo tanto con le posizioni di Vannini quanto con le prospettive di lettura che di queste offre Schiavolin, tenterò di de-lineare alcune osservazioni sulla “filosofia mistica” e sulla “filosofia della mistica” di Vannini, tentandone un accostamento concettuale con taluni aspetti del neoplatonismo pagano e della filosofia cristiana della Tarda Antichità.

L’anima, Dio e l’ansia del “nulla” in Eckhart

Francesco Roat, in: <Il Sussidiario.net>, mercoledì 17 febbraio 2021.

Risulta davvero pregevole, ben tradotta e assai puntualmente commentata, l’antologia di testi del grande mistico medioevale Meister Eckhart dal titolo L’anima e Dio sono una cosa sola (Le Lettere, 2020) a cura di Marco Vannini, che, grazie al suo impegno pluridecennale di traduttore e interprete, ha consentito ai lettori italiani la conoscenza dell’intera opera di Eckhart. Mi pare comunque opportuno precisare subito, per quanti giudicassero azzardata la suddetta titolazione/definizione, che il magister tedesco si rifà giusto a San Paolo, il quale afferma in modo inequivocabile: “chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6,17). Quindi, prendendo le distanze dal dualismo di origine vetero-testamentaria, per il quale la divinità è altra e altrove rispetto all’uomo, Eckhart sottolinea invece l’unità spirituale ( unitas spiritus), cioè l’equivalenza, tra l’anima ‒ o meglio ancora: tra quello che egli chiama il “fondo” (grunt) di essa ‒ e Dio.

Meister Eckhart - A caccia della luce smarrita dell’anima

Armando Torno, in: <Il Sole-24 Ore>, domenica 8 novembre 2020.

Meister Eckhart, contemporaneo di Dante (morì nel 1328 circa), uno dei massimi mistici di ogni tempo, insegnò che l’anima non è il complesso delle sue facoltà, ma possiede un’essenza profonda che è fuori da ogni condizionamento. Sono sue parole: «Vi è una luce nell’anima, ove non giungono né tempo né spazio. Tutto ciò che il tempo o lo spazio hanno mai toccato, non giunge a questa luce». Tuttavia, «è in questa luce che l’uomo deve stare». Chi desiderasse attualizzare, osserverà che il senso della vera salvezza dell’anima per Eckhart non va cercata nei metodi delle odierne psicoterapie.

Se oggi sono gli atei gli autentici credenti

Armando Torno, in: <Il Sole-24 Ore>, domenica 26 maggio 2019.

Nella quarta parte di Così parlò Zarathustra, Nietzsche parla dell’ultimo papa. Il pontefice è descritto nel capitolo “A riposo”. Per il filosofo tedesco Dio è morto; la sua fine era inevitabile, dopo che «divenne vecchio e molle e fragile e compassionevole». Un giorno, a causa di tutto questo, «soffocò».

Si sono riempite intere biblioteche sulla morte di Dio e su Nietzsche, tuttavia chi scrive ama ricordare un libro del 2015 di Marco Vannini, una finzione letteraria e non una cronistoria vaticana, intitolato All’ultimo papa (lo pubblicò Il Saggiatore). Uscì dopo le dimissioni di Benedetto XVI e, appunto, in esso si ricordava Zarathustra dialogante con il vicario di Cristo in quiescenza. Il discorso del pontefice partiva dalla frase «Dio è spirito», che si legge nel vangelo di Giovanni. Vannini la collegò a quanto aveva detto papa Ratzinger nel discorso di Ratisbona il 12 settembre 2006: «Dio è logos». È anch'essa di Giovanni.

Se il Lutero di Vannini diventa un pretesto per criticare il cristianesimo

Giuseppe Lorizio, in: <Avvenire>, sabato 27 maggio 2017.

Dopo aver letto l’ultima fatica di Marco Vannini, Contro Lutero e il falso evangelo (Lorenzo de’ Medici Press, pagine 174, euro 12) si giunge alla conclusione che il profondo e documentato conoscitore della mistica e dei mistici non si scagli contro Lutero e la riforma protestante, ponendosi come voce fuori dal coro mentre celebriamo i cinquecento anni dal suo albeggiare, bensì contro il cristianesimo stesso e la sua fede, nonché contro le sue radici ebraiche. Se questa lettura è corretta, allora è probabile che nessun cristiano possa condividere gli assunti dell’autore, tanto meno un cattolico, sicché risulterà impossibile annettere l’ermeneutica che Vannini offre di Lutero e della sua vicenda alle eventuali posizioni critiche, che non possono mancare fra i credenti in Cristo Gesù che non hanno aderito al suo messaggio. In primo luogo (non solo nelle pagine dedicate specificamente all’argomento, ma in tutto il saggio) si rileva la presa di distanza radicale dalla dimensione dell’alterità fra Dio e l’uomo, la trascendenza e l’immanenza, l’Eterno e il tempo. L’autore aborrisce l’alterità e la nega, adottando una prospettiva profondamente olistica, giungendo a ritenere l’idea di un Dio creatore «una forma ingenua di cosmogonia», ma soprattutto «una fantasia dovuta alla sofferenza della nostra psiche», sicché il racconto biblico viene definito (nelle sue due versioni) un «pasticcio».

Meister Eckhart e l'anima in cerca di Dio

Maurizio Schoepflin, in: <Avvenire>, sabato 6 maggio 2017.

Il «Commento al Vangelo di Giovanni» è l'opera più matura del mistico tedesco, che ebbe larga fama come predicatore. Subì anche un processo per sospetto di eresia, ma le sue idee hanno ispirato, fino alla modernità, teologi e filosofi

Contemporaneo di Dante - nacque in Turingia intorno al 1260 e morì verso il - Eckhart, fattosi frate domenicano, si impose ben presto come una personalità di grande valore, tanto da meritarsi il titolo di Meister, maestro, con il quale è passato alla storia. Sia all'interno dell'Ordine dei Predicatori, ove giunse a occupare ruoli particolarmente autorevoli, sia nelle aule universitarie - insegnò nei celebri atenei di Parigi e di Colonia -, godette di un vasto prestigio e di larga fama.

Una voce fuori dal coro

di Sergio Massironi, in: <L'Osservatore Romano>, venerdì 10 marzo 2017.

Critica a Lutero in nome della mistica

A cinquecento anni dalla Riforma protestante, quella di Marco Vannini è una voce fuori dal coro. Ed ecco Contro Lutero e il falso evangelo, (Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2017, pagine 112, euro 12) il libro con cui si propone di rovinare la festa, non senza stimoli per la riflessione di tutti. «Mentre il mondo laico saluta in Lutero il fondatore di quell’individualismo di cui vive, le Chiese celebrano in lui un cristianesimo del mero sentire, senza spirito e senza verità». L’autore ha ben chiaro ciò che evangelo non è. Come il titolo lascia intuire, la sua non è ricerca, ma polemica. Vannini ha trovato: «L’evangelo è l’annuncio del Bene, della luce, presente in noi stessi. Non è il rimando a una esteriorità teologica». Duemila anni vengono tagliati col bisturi di un’unica idea: «Dalla filosofia, dalla più alta saggezza, abbiamo appreso che la nostra vera natura è spirito».

Marco Vannini, All’ultimo papa

di Roberto Celada Ballanti, in: <Humanitas>, 1/2016, pp. 182-184

C’è indubbiamente qualcosa di apocalittico nel titolo dell’ultimo libro di Marco Vannini - il noto e riconosciuto specialista di mistica speculativa che da sempre unisce e contamina un fine lavoro filologico di traduttore e commentatore dei classici di quella tradizione con la preoccupazione per la condizione spirituale contemporanea - che evoca gli ultimi tempi, i Novissimi, per quanto la prima impressione sia destinata a stemperarsi e correggersi appena si vada al Prologo del volume e si comprenda che «l’ultimo papa» allude al capitolo dello Zarathustra nietzschiano intitolato A riposo. Qui, in una scena di lugubre, oscura, infera potenza dantesca, il profeta della morte di Dio incontra la figura di un vecchio triste, dal viso magro, dalla mano affilata, che lo apostrofa chiedendogli aiuto, essendo smarrito e solo. Si tratta appunto dell’«ultimo papa». Ha servito fedelmente e fino alla fine il suo vecchio Dio e ora, dopo la sua morte, è «außer Dienst», a riposo, senza padrone, ma non libero, come invece è Zarathustra, il cui stesso annuncio del Gott ist tot è per lui l’alba di una nuova eternità, di una libertà che gli consente di scrivere sul caos, sopportandolo, assumendolo senza nostalgie metafisiche. Nell’ultimo papa, invece, domina la tristezza infinita della sera, la solitudine senza sponde di chi si sente orfano di quel Dio, perché le promesse non sono state mantenute, le fonti appaiono prosciugate, la terra è inaridita.

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