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Meglio un fallito che un vincitore

L'Osservatore Romano, 30 ottobre 2014

di Marco Vannini

Ferruccio Parazzoli, Né potere né gloria, Rizzoli 2014, pag 240, euro 16,00.

Non siamo affatto sorpresi nel constatate come la riflessione sul Cristo sia ancora una volta oggetto delle pagine scritte dall'Autore, narratore e saggista ben noto, assai attento alla problematica religiosa: basti ricordare la sua Vita di Gesù del 1999, o il recente Eclisse del Dio unico (2012). Il titolo del libro in oggetto richiama direttamente Il potere e la gloria di Graham Greene, del 1940, ove il protagonista, un prete messicano, debole e peccatore, trova solo alla fine il coraggio di non tradire la propria vocazione.

La festa dello spirito nel profondo dell'anima

di Marco Vannini

“Chi ha detto che Dio è spirito ha fatto fare il più grande passo avanti all'incredulità”, scrive con la consueta lucidità Nietzsche. Infatti lo spirito non è rappresentabile, dunque non può diventare un Dio/idolo e le immagini proposte a questo proposito, come colombe o simili, destano solo il sarcasmo degli increduli. Senza rappresentazione, però, è impossibile credere in un Dio/altro e perciò nello spirito non si può credere: bisogna conoscerlo, ovvero diventarlo, esserlo.

Cosa serve per pensare

L'Osservatore Romano, 4 maggio 2014

di Marco Vannini

Una opinione tanto diffusa quanto superficiale considera opposti i due termini: la mistica come contraria alla razionalità. In realtà non è così, e per comprenderlo basta ristabilire il significato originale dei due termini stessi. Da un lato, infatti, la mistica non è affatto il campo dell’irrazionale, del visionario, eccetera, ma solo quello del silenzio, e non perché le manchino le parole, ma perché in essa il sapere è l’essere e l’essere il sapere. Alla domanda di Pilato su cosa fosse la verità, il Cristo non rispose, perché, come dice Hegel nel suo linguaggio speculativo, la verità non è sostanza, ma soggetto — ovvero la risposta era già stata data: «Io sono la verità», una verità che è, insieme, via e vita (Giovanni, 14, 6). Questo sapere, che è appunto una vita e un vivere, si può infatti mostrare, non dimostrare, come concludeva anche un grande logico, Wittgenstein: per questo coloro cui il senso della vita divenne chiaro non potevano poi dire quale fosse. Una frase che richiama da vicino quella di Meister Eckhart: se si chiedesse a un uomo vero perché vive, risponderebbe che non lo sa, ma che vive volentieri, «senza perché»: espressione, questa, davvero emblematica della mistica, che pone nella dimensione dell’eterno presen- te, ovvero di un presente che è, sia pure nella sua finitezza, già infinito.

Beati quelli che risorgono prima di morire

la Repubblica, 18 aprile 2014

di Marco Vannini

Al primo plenilunio dopo l’equinozio di marzo le antiche comunità pastorali e agricole festeggiavano il passaggio dalla morte dell'inverno alla vita della primavera: perciò a quella data fu posto anche il mitico passaggio – la Pasqua, appunto – degli ebrei dall'Egitto.

Pasqua è in effetti la festa del commovente, davvero “miracoloso” rifiorire della vegetazione e, insieme, del risorgere delle forze vitali, generative, in tutti i viventi. Lo indicano chiaramente i suoi simboli: dalle uova ai coniglietti, simpatici animaletti ben noti soprattutto per la loro solerzia sessuale. Del resto nel Nord Europa la festa ancora mantiene il nome Easter, Oster, che viene da Ostara, dea pagana della fecondità: non deve perciò stupire che anche nella storia del cristianesimo questo sfondo vitale e sessuale sia stato a lungo presente. Pensiamo al cosiddetto risus paschalis, ovvero la celebrazione liturgica con rapporti carnali, imitati o reali, tra turpiloquio e lazzi osceni che sollazzavano i fedeli nelle chiese proprio nel giorno di Pasqua. Documentato fin dall'alto medioevo, il risus paschalis è proseguito, soprattutto in Germania, fino al ventesimo secolo, ed anche ai nostri giorni c'è chi lo giustifica quale sana espressione popolare di quel piacere sessuale che proprio nella “gioia” pasquale avrebbe un fondamento teologico.

L'Eden ritrovato

L'Osservatore Romano, 8 aprile 2014

di Marco Vannini

“Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona”. Così nella Genesi (1, 25) si presenta la creazione degli animali, ovvero degli esseri che hanno un'anima, e quindi sono viventi, giacché è la presenza di un'anima ad essere la caratteristica di ogni vita, non solo di quella degli esseri umani. Il testo biblico stabilisce perciò fin dall'inizio una profonda vicinanza tra gli animali e l'uomo, che vivevano nell' Eden in armoniosa comunione. Del resto, anche papa Giovanni Paolo II ha affermato che “non solo l'uomo, ma anche gli animali hanno un soffio divino” (L'Osservatore romano, 11 gennaio 1990) .

Natale mistico

la Repubblica, 24 dicembre 2013

di Marco Vannini

La nascita di Gesù fu posta dalla chiesa latina al solstizio di inverno perché in quella data i romani festeggiavano il sol invictus, ovvero il sole che, giunto al punto più basso del suo corso nel cielo, non scompare però, ma sembra fermarsi, in attesa, e riprende da allora in poi vigore. Come molte altre, questa festività cristiana prese così il posto di una pagana: Cristo, sole di giustizia, sostituì la precedente divinità astrale. In questi giorni del solstizio tutti provano comunque una sensazione di pace, che invita al raccoglimento, alla meditazione, e non v'è dubbio che la stagione astronomica e meteorologica sia per questo determinante: il tempo sembra fermarsi, la natura sembra silenziosa, in ascolto, la vegetazione in attesa di rinascita. Oltre alla natura però contribuisce potentemente a questa sensazione la cultura, ovvero il passato cristiano, la cui influenza continua a farsi sentire nella nostra società post-cristiana: anche molti secoli dopo che Buddha fu morto, come ricorda Nietzsche, la sua ombra continuò ad essere presente. E non meraviglia che sia così: quel passato era infatti ricco, forte, tanto – ad esempio - da dare a un oscuro maestro elementare e a un povero parroco di villaggio l'ispirazione per quella Stille Nacht, la cui struggente melodia, colma di nostalgia, muove tutti gli animi alla pace, all'amore, indipendentemente da ogni religione.

Il presente beato dell'eternità

Segno, XXXIX, 350, Novembre-Dicembre 2013, pp. 67-71.

di Marco Vannini

Grazie di questo invito, che ho accolto con piacere, perché torno ben volentieri a Palermo. Vengo subito al mio tema. Io di solito qui vengo presentato come studioso, alcuni dicono anche esperto di mistica. Nessuno pensi che mistica e razionalità siano in contrasto. Al contrario, vanno d’accordo in una maniera infinita. Anzi il mistico è il razionale. Ciò vorrei fosse chiaro sin dall’inizio. E non lo dico solo io. Penso, ad esempio, a un grande studioso di storia della filosofia, in particolare della filosofia antica, a  Pierre Hadot, che fu un professore dell’Università di Parigi, scomparso nel 2010, il quale insiste proprio su questo. Nel suo bellissimo libro Esercizi spirituali, termini che a molti potrebbe ricordare Ignazio di Loyola, sostiene proprio che i cosiddetti mistici nel mondo cristiano sono i più autentici prosecutori della filosofia nel senso classico del termine, nel senso greco del termine, perché la filosofia è nata là, là è nato il concetto, là è nata la parola etc. Perché il senso del mistico è il buon filosofare che è un esercizio di vita e anche un esercizio di morte o comunque è un vivere, è un’esperienza di vita.

Simone Weil. Mistica o eretica? L'ultimo processo

la Repubblica, 16 novembre 2013

di Marco Vannini

"Io credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella Redenzione, nell’Eucarestia, negli insegnamenti dell’Evangelo”: così Simone Weil iniziava la sua professione di fede nel cosiddetto Dernier texte, scritto londinese degli ultimi mesi di vita. In Inghilterra, ove si era recata per partecipare alla Resistenza antinazista di France Combattante, morì infatti, a soli trentaquattro anni, il 24 agosto 1943. Questo settantesimo anniversario viene celebrato a Firenze il 16 novembre con un convegno sul tema “Simone Weil: la fede al limite”, che conclude così, molto significativamente, quell' “anno della fede” che è stato occasione di interessanti dibattiti. Nella città toscana la scrittrice francese trascorse giorni di grande letizia nel corso del suo viaggio in Italia del 1937, vi si sentì come a casa sua, tanto da scrivere, un po’ seriamente e un po’ scherzosamente, che doveva esservi già stata in una vita precedente.

Se l'uomo perde l'anima nella Bibbia

la Repubblica, 13 agosto 2013

di Marco Vannini

“Dio è un ente solo per i peccatori”, scrive Meister Eckhart trattando del peccato di Adamo, che non è uno dei peccati nel comune senso di infrazione al decalogo, ma il peccato, la radice di ogni male, ovvero l'affermazione del proprio essere: è essa, infatti, a produrre di riflesso un Dio-ente-altro.  Commentando lo ego sum qui sum di Esodo 3,14, il passo cruciale in cui Dio svela a Mosè il suo nome, precisa poi che chiamare Dio ente è come chiamare bianco il nero, giacché Dio non è affatto ente bensì spirito, che si rivela allo spirito, quando l'egoità scompare.

Benedetto XVI come l'ultimo papa di Nietzsche

Il Manifesto del 13 febbraio 2013

di Marco Vannini

Le dimissioni di Benedetto XVI hanno sorpreso tutti perché inaspettate. Devo dire però che non mi hanno sconvolto più di tanto, perché le ho viste in quella che credo la loro realtà più semplice e vera, cioè come la rinuncia a un incarico diventato troppo gravoso per il peso dell'età e per le condizioni di salute precarie. Vedendo alla televisione il volto del papa mentre leggeva in concistoro l'annuncio delle dimissioni stesse, ho percepito i segni della vecchiaia, della stanchezza, da parte di un uomo che probabilmente – che Dio non voglia, e lo conservi in vita ad multos annos! - si sente vicino alla fine.

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