Chiude il convento culla del Rinascimento

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La Verità, 26 gennaio 2018

di Marco Vannini

I quotidiani fiorentini del 25 gennaio hanno in bella evidenza due notizie: la prevista chiusura del convento domenicano di San Marco e l’arresto di una banda di delinquenti nordafricani, che in una sola notte hanno messo a segno nove rapine, con brutale violenza ai danni delle vittime. Le due notizie si riferiscono a fatti certamente diversi, ma in realtà tenuti insieme da un robusto filo, tanto storico quanto logico. Partiamo dal primo fatto. Tutti sanno cosa sia il convento di san Marco a Firenze. È il luogo, nella immediata prossimità del palazzo dei Medici, dove è nato il Rinascimento: vi hanno abitato o l’hanno frequentato personaggi come il Beato Angelico, Sant’ Antonino, Giovanni Pico della Mirandola, Michelangelo, San Filippo Neri; vi si è consumata la l’esperienza eccezionale di Gerolamo Savonarola.

Nella adiacente chiesa, accanto ad Agnolo Poliziano e a Giovanni Pico della Mirandola, è sepolto il professor Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, che abitò in una cella dei frati e come un povero visse tra di loro. Nello stesso edificio del convento ha sede quel Museo che vanta, tra l’altro, quelle pitture del Beato Angelico che sono una delle cose più belle che la città possa offrire.
Bene, i superiori della provincia domenicana hanno deciso di chiudere il convento, adducendo la motivazione della penuria di religiosi e la presenza a Firenze di un'altra celebre chiesa dell’ Ordine, quella di S. Maria Novella. In effetti i frati sono poche unità, ma ormai da decenni riescono comunque a mandare avanti una serie di importanti attività religiose e culturali, e potrebbero continuare tranquillamente a farlo. Si aggiunga che da ogni parte del mondo, e in particolare dagli Stati Uniti, religiosi domenicani sarebbero ben lieti di venire a vivere a Firenze, in quello che è probabilmente il convento storicamente più famoso dell’ Ordine. Ecco, questo è il punto: come è possibile che l’ Ordine stesso non si renda conto di cosa significhi la chiusura di S. Marco?

Nel 2015 la Chiesa italiana celebrò, proprio a Firenze, culla dell’ umanesimo, il suo convegno dal pomposo titolo “Un nuovo umanesimo in Cristo”. In realtà di umanesimo non c’era traccia alcuna, perché umanesimo significò la ripresa della cultura classica, della filosofia greca, di Platone e di Plotino, e, insieme ad essi, di Agostino, e dunque il primato della ragione e della interiorità dell’uomo come “luogo” della vera presenza di Dio. In stretta correlazione con questa sua radice mistico-filosofica, l’umanesimo significò il primato della filologia, ossia della interpretazione delle Scritture secondo verità storica. Dunque proprio il contrario di quello che il sedicente “Nuovo umanesimo”, alla presenza dell’attuale pontefice, volle affermare, ovvero una religione che mette da parte l’interiorità e si centra tutta sul sociale, sulla carità, che ora significa soprattutto “accoglienza”, respinge la filosofia come elemento “non biblico”, non tiene in nessun conto la verità filologica, continuando come se nulla fosse a parlare di vecchio e nuovo patto (anzi, oggi si dice primo e secondo, perché la parola vecchio non si può più usare), del disegno divino che guida la storia, ecc. ecc. Naturalmente del tanto reclamizzato Nuovo Umanesimo, passato l’effimero clamore mediatico, non è rimasta traccia alcuna ed oggi, a suggellare un fallimento epocale, nella città che vide nascere l’umanesimo vero, si chiude il luogo che di esso è per eccellenza il simbolo. Restano il Museo e la chiesa, certo, ma sparisce la comunità, e dunque restano i luoghi per il turismo, ma finisce la vita culturale, spirituale.

Questo non deve meravigliare. La città è ormai in mano a orde di turisti che rendono impossibile persino camminare per il centro, ininterrotta serie di negozi, più o meno di lusso Ogni dieci passi un mini-market, gestito per lo più da extra-comunitari, ad ogni ora del giorno e della notte spaccia bevande, fast food e altre porcherie; interi quartieri sono più simili a casbah che alla Firenze del professor La Pira. L’indigeno superstite che passa per quelle vie, di giorno, certo, perché di notte non è il caso, viene guardato con l’occhio torvo di chi vuole farti capire: guarda che qui sono io a casa mia, e faccio quello che voglio. Questa non è una novità, sarebbe superfluo ripeterla, ma da rilevare è la coincidenza tra un ennesimo evento delinquenziale e, appunto, la chiusura del convento di S. Marco.

La resa di una città al dio-denaro, per cui ciò che favorisce il turismo, praticamente unica risorsa rimasta, passa in primo piano e tutto il resto gli viene subordinato, è in effetti la resa di una intera comunità nazionale, che non ha più valori spirituali. Infatti, come scriveva un altro illustre fiorentino, Niccolò Machiavelli, per viltà si è interpretata la religione cristiana “secondo l’ozio, e non secondo la virtù”, cosicché dobbiamo alla Chiesa e ai preti di essere diventati “senza religione, e cattivi”. Senza religione, e su questo non c’è dubbio: le chiese sono disertate dai giovani e ridotte, appunto a musei. Ma soprattutto “cattivi”, nel duplice senso che la parola si porta dietro dalla sua origine latina: prigionieri, servi di altri, siano essi i poteri forti della finanza internazionale, gli sceicchi che comprano i nostri palazzi, le orde di turisti che imbrattano le piazze, le bande di nordafricani che la fanno da padroni. E cattivi nel senso più comune della parola, senza più senso alcuno di virtù – parola scomparsa anche dal vocabolario comune -, con una corruzione dilagante, dalla vita privata a quella pubblica.

Molto doloroso è che non si veda il nesso tra le due cose: l’essere senza religione e perciò cattivi. Infatti, “dove è religione si presuppone ogni bene, così, dove quella manca, si presuppone il contrario”. Ora la religione cristiana è interpretata in un modo che si pensa di poter “governare gli Stati con i paternostri”, per cui “si è effeminato il mondo e disarmato il cielo”, ecc.: pare proprio che le parole di Machiavelli, nel Cinquecento, siano scritte per i nostri tempi.

La chiusura del convento di San Marco non è solo la campana funebre per l’ umanesimo , quello vero, fatto di esigenza di verità, di virtù nel senso nobile e antico del termine. Suona a morto per una religione, e, insieme ad essa, per una città.