Marco Vannini
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Non c’è più religione? Ma lo spirito soffia dove vuole.

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Fabrizio Tassi in <redness.it>, 14 agosto 2026

Le chiese si svuotano, ma cresce il bisogno di sacro e spiritualità. 
Marco Vannini sottolinea la differenza tra la credenza, che è accidentale, e porta appropriazione e divisione, e la fede, intesa come movimento dell’intelligenza verso l’assoluto.

L’Illuminismo come premessa indispensabile alla (vera) fede. La Grazia a disposizione di tutti, a dispetto di chi la immagina come un “capriccio divino”, o peggio, il frutto di un patteggiamento, un do ut des. La psicologia moderna intesa come “patologia” – per usare un’espressione di Ananda Coomaraswamy, – perché ha rimosso la “scienza dello spirito”, riducendo l’essere umano a corpo e psiche, a istinti e condizionamenti, privandolo della sola autentica libertà possibile.

Ecco un po’ di argomenti capaci di unire gli opposti, in un comune disappunto: credenti e non credenti, conservatori spiritualisti e progressisti materialisti, fondamentalisti della Scrittura e post-teisti specializzati nella ricerca del “Gesù storico”, in un’epoca in cui «la stragrande maggioranza dei teologi non crede più nella divinità di Gesù», preti (colti) compresi.

Marco Vannini, filosofo, esperto di autori mistici, traduttore e divulgatore benemerito delle opere di Meister Eckhart, queste cose le scrive da anni, da decenni. Ma fa una certa impressione trovarle tutte insieme dentro un dialogo domestico, quasi fossero «discorsi a tavola», per usare le sue stesse parole, con riferimenti biografici, anche molto personali.

Non c’è più religione? è il titolo di un libro edito da Lindau, nato dall’iniziativa di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, autrici, giornaliste, traduttrici. Un testo che parte dalla constatazione delle chiese sempre più vuote, ma anche da un interesse in crescita esponenziale per la meditazione, il buddhismo e i percorsi più vari di ricerca spirituale. Un bisogno di interiorità, di sacro, di trascendente, che la Chiesa non riesce più a intercettare, e che, dall’altra parte, suscita l’ironia dell’ateismo più grossolano – che sia quello filosofico, colto, con i suoi eleganti (leziosi?) argomenti settecenteschi, quello positivista, ottocentesco (superato “a sinistra” dalla riflessione teorica scientifica del Novecento, che spesso lambisce lo spirituale) o quello ideologico marxista, con i suoi slogan invecchiati male.

D’altra parte, agli uni e agli altri sembra sfuggire la distinzione fondamentale tra ciò che è “credenza” e ciò che invece dovremmo chiamare “fede”. Vannini la spiega così: «Gli oggetti delle credenze sono accidentali, cambiano da una persona all’altra, da una cultura all’altra» ed entrano facilmente «in conflitto con la verità storica o scientifica». La fede è tutt’altra cosa, o meglio, dovrebbe esserlo: «È il movimento dell’intelligenza, ovvero di tutta l’anima, verso l’assoluto», che per definizione si contrappone a ciò che è relativo e accidentale. Da qui l’accento posto da Vannini, in tante opere, sulla necessità di «fare il vuoto», come suggerisce la mistica, sia occidentale che orientale, passando attraverso un processo di purificazione che prepara l’anima «ad accogliere la luce vera».

Attenzione a non ridurre questi argomenti a mera psicologia, che è il modo più facile per privarli della loro forza dirompente, rivoluzionaria. Sì, perché non c’è nulla di più sovversivo di un essere umano che si rende libero dai condizionamenti interiori ed esteriori, dai pregiudizi acquisiti e dalle forme di pensiero imposte dal potere corrente, dalle consuetudini obbligate della tradizione ma anche dalla presunta libertà dell’edonismo consumista postmoderno. C’è anche da vincere il demone del “sociale”, del pregiudizio collettivo, condiviso con il proprio gruppo di riferimento, imparando il gusto della solitudine, che apre all’universale, al percepire gli altri (tutti) come amici, fratelli, compagni di viaggio nella nostra avventura terrena.

Difficile, qui, stare a ragionare su ciò che bisogna intendere per “luce vera”, quell’esperienza di cui parlano mistici, santi, maestri spirituali, ma anche filosofi, poeti, artisti, che rende ogni cosa sacra, e cambia il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con la natura. Più facile sottolineare l’importanza capitale della distinzione tra il credere e l’avere fede, sia dal punto di vista individuale che collettivo: per la realizzazione più autentica della nostra umanità, ma anche per l’utopia di una società finalmente libera dai conflitti alimentati dalle opposte credenze.

Il credere è un atto di possesso, di appropriazione, che alimenta l’ego e le sue illusioni, proprio ciò di cui dovremmo liberarci, che determina un “noi” contro “loro”. Spesso fondato su elementi che rischiano di trasformarsi in superstizione. La religione cristiana tradizionale è in crisi «perché sono venuti meno i suoi fondamenti “secolari”, ossia quelli ancorati al valore storico delle Scritture», a cui oggi è difficile credere.

La fede invece va al di là di ogni possibile ancoraggio idolatrico, è atto del pensiero, è liberazione dal finito per tendere all’infinito, aspirando al «fondo dell’anima» di cui parlava Meister Eckhart, a un Dio inteso come Spirito, che si raggiunge solo attraverso il distacco. Il successo del buddhismo, secondo Vannini, è legato proprio al suo essere una “via del distacco”, all’idea del vuoto necessario a liberarsi dalla sofferenza, attraverso la consapevolezza (invece di sopprimerla con gli psicofarmaci). Ma il rischio, qui, come nel caso di altre vie spirituali, è quello di accontentarsi della «pacificazione psichica», riducendo la ricerca a una tecnica per il “benessere spirituale”. Un’altra appropriazione. Un altro modo, magari più nobile, di nutrire l’ego.

Sono temi alti e importanti, difficili da liquidare in una conversazione. Il rischio è quello di apparire troppo sentenziosi e tranchant (sul discorso delle tecniche di meditazione, ad esempio, così importanti per le tradizioni orientali, ma riscoperte anche in ambito cristiano, che forse sono un primo passo fondamentale per chi non ha idea di cosa significhi “superare l’ego”, domare il chiacchiericcio mentale, esercitare la presenza e la consapevolezza).

Per questo il rimando d’obbligo è a quei libri in cui Marco Vannini ha ragionato su questi temi, testi come Mistica e filosofia o il recente Oltre il cristianesimo, La mistica delle grandi religioni, Prego Dio che mi liberi da Dio. Ecco, questo titolo provocatorio, ispirato a una celebre frase di Eckhart, in odore di eresia, racchiude il senso di un distacco che deve arrivare fino alla rinuncia a Dio stesso (a una certa idea di Dio). Una ricerca fatta di «Illuminismo in quanto liberazione dell’intelligenza da tutte le pastoie dogmatiche, ma anche devozione, ovvero religioso rivolgersi dell’anima alla luce eterna, a Dio, che è “il supremo distacco”».

Da una parte c’è la felicità comunemente intesa, effimera, passeggera, dall’altra la dimensione oggi dimenticata della beatitudine, a cui si arriva coltivando «la nobiltà dell’anima umana», la “magnanimità”, come ci insegnava già la filosofia più antica, a cui bisognerebbe ritornare (i ragazzi vanno educati al bello!).

Come diceva Simone Weil, Dio non va “agguantato”, semmai bisogna “farsi afferrare”: «La luce eterna risplende sempre e dappertutto. Perciò il compito, se uno lo sente, è quello di lasciarla arrivare. Di essere ricettivo». La grazia non dipende dai nostri sforzi, ma neppure da chissà quali divine idiosincrasie: «La grazia, che è Dio stesso, è sempre presente, sempre effusa (…) Il problema è se tu la accogli o no». Tutto è divino, tutto è grazia, quando ti sei svuotato di ogni contenuto determinato.

Possibile affrontare temi del genere, oggi, in un tempo in cui il “mondo intellettuale” e la “cultura alta” tendono a mettere in ridicolo qualsiasi discorso che riguardi la fede e l’assoluto? Chissà. La Storia della mistica occidentale di Vannini, in realtà, non racconta solo santi filosofi e mistici visionari (poco amati dall’autore, per quell’equivoco che nei secoli ha trasformato l’esperienza spirituale in un parco giochi dello straordinario e del miracolistico): il libro parte dall’Iliade e da Eraclito, da Platone e Plotino, e arriva a Giordano Bruno, Spinoza, Wittgenstein. Nelle conversazioni raccolte in Non c’è più religione? torna, tra gli altri, con la sua paradossale “apertura al divino”, il filosofo della “morte di Dio”: «Non stupisce affatto l’interpretazione che dello Übermensch, l’Oltreuomo nietzschiano, come uomo del distacco, o addirittura uomo della grazie, danno alcuni importanti studiosi». Non per niente Nietzsche temeva che un giorno l’avrebbero fatto santo.

Spoiler: Marco Vannini, nonostante tutto, continua ad andare a messa. La tradizione spirituale cristiana conserva «tesori infiniti», che spiace vedere gettati alle ortiche di una modernità in cui la religione è ridotta a moralismo e l’esperienza interiore è abbandonata al mercato del self-help psicologico-spirituale. «Togliere la divinità di Cristo significa togliere quella dell’uomo, ma si può capire la divinità, non mitica, di Cristo, solo se si comprende quella dell’uomo». Mai dimenticare che il “conosci te stesso” delfico evocava la nostra pochezza, chiedeva di riconoscere la nostra ignoranza, ma alludeva anche alla nostra grandezza, «l’affinità con il divino».